
Comunicato stampa 6 Ottobre 2026
1. Premessa
A livello mondiale negli ultimi anni il dibattito sull’accesso dei minori alla rete ha conosciuto una forte accelerazione. Al centro della discussione c’è il cosiddetto “social media ban” e sempre più Paesi stanno valutando o introducendo restrizioni rigide per l’accesso alle piattaforme digitali da parte dei minori di 15 o 16 anni. Secondo i dati UNICEF di marzo 20261 infatti quasi 40 paesi sono attualmente impegnati a discutere, proporre o implementare restrizioni rigide basate sull’età per l’accesso alle piattaforme digitali da parte dei minori.
Come associazione impegnata nella tutela della privacy e dei diritti digitali, abbiamo voluto analizzare questa tendenza. La mappatura che alleghiamo a questo contributo – basata sui dati del European Parliamentary Research Service (EPRS)2 e sulle recenti dichiarazioni di diversi governi3 – fotografa una realtà complessa e profondamente frammentata, contrassegnata da una corsa normativa che rischia di produrre più danni che benefici per i diritti fondamentali dei cittadini, a partire dai più giovani.
La nostra analisi mostra chiaramente come l’Unione Europea si trovi di fronte a un serio rischio di frammentazione normativa. In assenza di un approccio comune, i singoli Stati membri si muovono in ordine sparso, con definizioni e soglie d’età differenti, ad esempio:
- Francia e Italia: la mappa evidenzia il blocco dei paesi che propongono il limite a 15 anni, con la Francia che ha tentato una prima regolamentazione già nel 2023 e l’Italia che sta pianificando una propria iniziativa legislativa;
- Spagna e Bulgaria: si collocano nella fascia più restrittiva dei 16 anni, con proposte che prevedono il divieto o la richiesta di consenso genitoriale;
- Danimarca e Austria: sperimentano approcci diversi, proponendo limiti a 15 o 14 anni, talvolta consentendo l’accesso a partire dai 13 anni in presenza di autorizzazione dei genitori.
Al di fuori dei confini europei, la mappa evidenzia i Paesi pionieri come l’Australia, dove dal dicembre 2025 è in vigore un divieto d’accesso alle piattaforme di social media sotto i 16 anni, e paesi asiatici come l’Indonesia e la Malesia, che hanno avviato implementazioni progressive nel corso del 2026 .
2. La lezione dell’Australia
I dati raccolti da ERPS dimostrano che le politiche basate sul mero divieto d’accesso si stanno rivelando inefficaci. L’esperienza sul campo in Australia offre una smentita all’efficacia dei blocchi. I primi rapporti della eSafety Commissioner australiana del 20264 rivelano che, nonostante le piattaforme abbiano rimosso milioni di account, la stragrande maggioranza dei minori sotto i 16 anni continua ad accedere ai social media.
I sondaggi condotti tra i ragazzi australiani indicano che il 70% degli intervistati considera “facile” aggirare i blocchi, mentre il 51% afferma che il divieto non ha modificato in alcun modo la propria percezione di sicurezza online. Ma il dato più allarmante è di natura sociale poiché i rapporti di marzo 2026 non evidenziano alcuna riduzione misurabile dei fenomeni di danno online, come il cyberbullismo. Pertanto, i divieti tendono solo a spostare il problema senza risolverlo.
3. Il quadro dell’EU KIDS ACT: opportunità e sfide della proposta europea
In questo contesto di spinta normativa e crescente frammentazione regolatoria, la recente proposta di Regolamento EU KIDS ACT (“EU Keeping Internet Digital Spaces Accountable and Trustworthy”) si offre come strumento di armonizzazione, orientato a creare un ecosistema digitale europeo unico, riducendo le differenze nazionali caratterizzate da obblighi e standard differenti.
Da questo punto di vista, il quadro normativo europeo sta iniziando a muoversi nella direzione corretta, spostando progressivamente l’attenzione dalle responsabilità individuali alle scelte di progettazione che influenzano negativamente l’esperienza dei minori online. Le recenti iniziative delle autorità europee nei confronti di TikTok5, Meta6 e Snapchat7 ne sono la prova.
Allo stesso modo, le più recenti linee guida europee sulla tutela dei minori8 affrontano in modo integrato sia i contenuti dannosi sia le logiche di progettazione che favoriscono dipendenza e coinvolgimento compulsivo, mettendo in discussione l’efficacia di strumenti come i semplici controlli parentali o i limiti di tempo quando l’intera struttura del servizio è progettata per massimizzare l’attenzione dell’utente.
Riteniamo tuttavia che la priorità del legislatore non debba essere quella di limitare la partecipazione dei minori agli spazi digitali o di aumentare i meccanismi di sorveglianza nei loro confronti. L’obiettivo dovrebbe invece essere quello di intervenire sulle condizioni che generano il rischio, imponendo alle piattaforme una revisione strutturale dell’architettura dei propri servizi9.
In tal senso, accogliamo con favore diversi aspetti centrali della proposta:
- responsabilizzazione delle piattaforme: l’introduzione di obblighi specifici per piattaforme online, servizi di social networking, video-sharing e sistemi di AI accessibili ai minori;
- approccio Safety by Design: la prevenzione e mitigazione dei rischi integrata sin dall’origine nell’architettura dei servizi;
- regolamentazione degli AI Companion: la previsione di disposizioni specifiche per chatbot conversazionali e AI companion. Tali sistemi occupano infatti una posizione peculiare e per certi versi ambigua, collocandosi al confine tra strumenti di intrattenimento, servizi di compagnia, supporto emotivo e applicazioni per il benessere psicologico. Pur non essendo generalmente qualificati come dispositivi medici o strumenti terapeutici, essi sono progettati per instaurare interazioni personalizzate e continuative con gli utenti, influenzando potenzialmente comportamenti, processi decisionali e benessere emotivo.
4. Il ruolo delle big tech nel dibattito
Quando si discute di tutela dei minori online, il dibattito tende a concentrarsi sulle misure da adottare, come i limiti di età, i sistemi di verifica dell’identità o i divieti di accesso ai social network. Tuttavia, un tema che merita altrettanta attenzione riguarda chi partecipa attivamente alla definizione di queste regole e con quale forza si inserisce all’interno della discussione.
Le proposte normative, come l’EU Kids Act, sono frutto di ampie negoziazioni e discussioni all’interno di iter legislativi complessi, che vedono l’interazione e la negoziazione di diversi soggetti (associazioni della società civile, accademici, istituzioni e gruppi di interesse). Tuttavia, non sempre tutte le voci dispongono delle stesse risorse e della stessa influenza.
Oggi le big tech rappresentano uno degli attori più presenti e organizzati nelle attività di advocacy presso le istituzioni europee. Si tratta di una dinamica che non può essere ignorata, soprattutto considerando che tali soggetti sono portatori di interessi economici diretti rispetto alle regole che ne disciplinano l’attività. Basti pensare che, che durante le negoziazioni relative al DSA e al DMA, ben il 75% degli incontri ha visto la partecipazione delle aziende tech10.
Di pari passo, negli ultimi anni, gli investimenti destinati alle attività di lobbying da parte delle big tech sono cresciuti in modo costante, fino a raggiungere livelli senza precedenti. Le principali aziende del settore dedicano oggi centinaia di milioni di euro all’influenza delle politiche pubbliche, con l’obiettivo di incidere su normative che possono avere effetti significativi sui loro modelli di business.
In questo contesto, il rischio è che il dibattito sulla sicurezza dei minori venga orientato verso soluzioni che appaiono semplici da comunicare e relativamente poco onerose per le piattaforme, senza intervenire sulle cause strutturali dei problemi. Nel 2025 la spesa delle maggiori aziende del settore tech, ha toccato la cifra record di 151 milioni di euro, stabilendosi come settore con la spesa maggiore. In cima alla classifica spicca Meta, con un budget di 10 milioni di euro11.
La crescente attenzione politica verso la protezione dei minori online è certamente positiva. Tuttavia, affinché le future normative siano realmente efficaci, è necessario che il processo decisionale mantenga un adeguato equilibrio tra gli interessi economici delle piattaforme e la tutela dei diritti fondamentali.
Le imprese tecnologiche dispongono di risorse economiche, competenze tecniche e capacità di influenza difficilmente eguagliabili da organizzazioni della società civile, associazioni di consumatori, comunità accademiche e gruppi che si occupano di diritti digitali. Per questo motivo è essenziale che il legislatore ascolti una pluralità di voci e che la definizione delle regole non sia guidata esclusivamente da chi trae vantaggio economico dalle attuali dinamiche del mercato digitale.
La questione centrale non è escludere le big tech dal confronto, ma garantire che il loro contributo sia bilanciato da una partecipazione effettiva di tutti gli altri soggetti coinvolti. Solo in questo modo sarà possibile costruire un quadro normativo che protegga realmente i minori, affronti le cause strutturali dei rischi online e promuova un ecosistema digitale più sicuro, trasparente e rispettoso dei diritti fondamentali di tutti.
5. Il prezzo della verifica: la privacy di tutti
Se da un lato l’EU Kids Act rappresenta un tentativo significativo di introdurre maggiore coerenza e uniformità in un quadro normativo oggi frammentato, dall’altro la sua concreta attuazione solleva questioni non trascurabili, soprattutto con riferimento ai sistemi di age assurance e ai meccanismi di verifica della responsabilità genitoriale. Come associazione impegnata nella tutela dei diritti digitali, riteniamo che l’attenzione debba concentrarsi non solo sugli obiettivi della proposta, ma anche sugli strumenti tecnici necessari a garantirne l’effettiva applicazione.
È sufficiente ricordare come l’applicazione tecnica per la verifica dell’età sviluppata dalla Commissione Europea e destinata a integrarsi con i futuri European Digital Identity Wallets sia stata oggetto di rilievi da parte di esperti di cybersecurity che hanno individuato falle di sicurezza e privacy nel suo codice sorgente12. Se lo strumento che dovrebbe proteggerci introduce nuove falle di sicurezza, l’intero ecosistema dei diritti digitali dei cittadini è a rischio13.
6. Per un ecosistema digitale sicuro “by design”
L’age verification non è soltanto una sfida tecnologica, ma una questione culturale, giuridica e sociale. Le soluzioni tecniche, da sole, non sono sufficienti: un approccio realmente efficace deve integrare educazione digitale, responsabilità delle piattaforme e tutela dei diritti fondamentali. I divieti normativi possono al massimo rinviare l’ingresso dei minori negli ambienti digitali, ma non eliminano le dinamiche di dipendenza, esposizione e manipolazione che caratterizzano molte piattaforme.
In questo quadro, è essenziale che i sistemi di verifica dell’età rispettino principi irrinunciabili come minimizzazione dei dati, proporzionalità e sicurezza by design, evitando la costruzione di infrastrutture di controllo che, nel lungo periodo, rischiano di essere incompatibili con una società democratica. Strumenti nati per proteggere i minori non possono trasformarsi in meccanismi di identificazione o sorveglianza generalizzata.
Resta centrale il ruolo degli adulti. Nessuna tecnologia potrà mai compensare l’assenza di una consapevolezza condivisa: spesso sono gli stessi genitori a creare profili social per i figli o a permettere un accesso precoce e non mediato alla rete. Senza un’educazione digitale diffusa e una responsabilità collettiva, anche le soluzioni più avanzate rischiano di rivelarsi inefficaci.
La vera sfida, dunque, non è soltanto verificare l’età, ma ripensare il rapporto tra minori, piattaforme e diritti, mettendo al centro l’individuo.
→ Vi invitiamo a consultare la nostra mappa per comprendere l’estensione di questo dibattito e a unirvi a noi nella richiesta di un ambiente digitale che protegga i minori senza compromettere la privacy di tutti.
- UNICEF, Drawing a Line in Digital Spaces, 2026. ↩︎
- europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2026/789316/EPRS_BRI(2026)789316_EN.pdf ↩︎
- Italia: stream24.ilsole24ore.com/video/italia/meloni-divieto-social-minori-non-basta-serve-coinvolgere-piattaforme/AIV79RjD e Regno Unito: ilpost.it/2026/06/15/regno-unito-divieto-social-network-giovani-minori-starmer/ e Egitto: techafricanews.com/2026/07/02/egypt-launches-child-safe-mobile-sim-initiative-to-protect-children-online/ ↩︎
- esafety.gov.au/sites/default/files/2026-03/SocialMediaMinimumAgeComplianceUpdateMarch2026.pdf?v=1781099025379 ↩︎
- digital-strategy.ec.europa.eu/en/news/commission-preliminarily-finds-tiktoks-addictive-design-breach-digital-services-act
↩︎ - digital-strategy.ec.europa.eu/en/news/commission-preliminarily-finds-addictive-design-instagram-and-facebook-breach-digital-services-act ↩︎
- digital-strategy.ec.europa.eu/en/news/commission-investigates-snapchats-compliance-child-protection-rules-under-digital-services-act ↩︎
- digital-strategy.ec.europa.eu/en/library/commission-publishes-guidelines-protection-minors ↩︎
- https://news.un.org/en/story/2026/05/1167608 ↩︎
- https://corporateeurope.org/en/2021/08/lobby-network-big-techs-web-influence-eu ↩︎
- https://corporateeurope.org/en/2025/10/big-tech-lobby-budgets-hit-record-levels ↩︎
- V. nostro approfondimento precedente: https://privacy-network.it/news/articoli/age-verification-come-siamo-arrivati-allapp-ue/ ↩︎
- V. caso Persona https://www.lindipendente.online/2026/02/23/la-verifica-delleta-viene-accusata-di-essere-uno-strumento-di-sorveglianza/ ↩︎








