Costi ambientali dei dispositivi di IA

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Scritto da: Camilla Quaresmini

L’immagine di Internet come cloud lo rende un ambiente apparentemente intangibile, quasi post-fisico. Tale percezione contribuisce a creare un’ingenua fiducia nel suo scarso impatto ecologico. A ciò si aggiungono le dichiarazioni del settore tecnologico, apparentemente a favore della sostenibilità ambientale, che fanno in realtà parte della creazione di un’immagine pubblica opaca e non veritiera.

I cavi sottomarini di Internet e i server nascosti in data center anonimi sono sicuramente meno visibili dei fumi che escono dalle ciminiere delle centrali elettriche. Tuttavia, l’inquinamento ambientale derivante dalla costruzione di dispositivi di intelligenza artificiale è concreto.

Il presente articolo si propone di mappare degli esempi di sfruttamento ambientale causato dallo sviluppo dei dispositivi di intelligenza artificiale (IA). In particolare verranno esaminate l’estrazione mineraria e l’installazione di cavi sottomarini.

Cosa rende possibile l’esistenza dell’IA? Quali sono le conseguenze della costruzione di tali sistemi? In altre parole, quali sono i costi ambientali di questi dispositivi?

Lo scheletro dei dispositivi

Bangka è una piccola isola indonesiana la cui popolazione è composta principalmente da minatori, coltivatori di palme, e pescatori. È il secondo centro di produzione di stagno, tra i minerali principi per la costruzione di dispositivi tecnologici, più grande al mondo. Tuttavia mantenere questo titolo ha serie implicazioni per l’isola. Bangka ha infatti subito una geotrasformazione durata millenni, e il paradiso terrestre che era è ormai distrutto.

Le immagini da satellite rivelano infatti un paesaggio con sembianze lunari e dai colori vividi, che si snoda tra vasti crateri prosciugati e laghi turchesi altamente acidi. Le fitte foreste tropicali sono bruscamente interrotte da macchie di terra rossa e arancione, che indicano la presenza di miniere.

Figura 1: Fotografie satellitari dell’isola di Bangka. Immagine da: https://earth.google.com/web/

Nonostante le indicazioni delle autorità locali, le miniere non vengono bonificate una volta esaurite. Al contrario, vengono abbandonate e successivamente occupate da minatori abusivi che cercano di estrarre gli ultimi residui di stagno dal terreno ormai esaurito . Le miniere abbandonate rimangono disseminate di crateri aridi ed incolti, e l’acqua tossica stagnante contamina i corsi d’acqua e le aree circostanti determinando l’estensione del danno ambientale.

Dato l’esaurirsi delle riserve sulla terra, i minatori spostano le loro pratiche di estrattivismo nell’oceano. Nonostante ciò, l’effetto dell’estrazione di stagno in mare è altrettanto dannoso per l’ambiente. Infatti, il processo di estrazione agita l’acqua provocando un cambiamento dell’habitat della fauna sottomarina, impattando così l’equilibrio dell’intero ecosistema, la sopravvivenza di diverse specie e l’attività dei pescatori.

Su una serie di rudimentali pontili in legno, lontani da ogni standard di sicurezza, gruppi di pescatori si tuffano in mare per aspirare lo stagno grezzo dal fondale oceanico con l’aiuto di tubi. È un lavoro estremamente rischioso, sia per l’alto tasso di tossicità del materiale con cui vengono a contatto i lavoratori, sia per il fatto che le buche sottomarine possono crollare con estrema facilità, seppellendo i pescatori di stagno sotto metri di sabbia.

La legge vieta sia l’estrazione in mare entro due miglia dalla costa che il riutilizzo delle miniere dopo il loro esaurimento. Ciò nonostante, a causa dell’assenza di opportunità di lavoro, molti uomini rischiano la vita ogni giorno in questo panorama tossico.

La maggior parte dello stagno proveniente da Bangka è illegale. Tuttavia alcuni tra i più famosi giganti tecnologici sono stati al centro di indagini sull’utilizzo di minerali estratti illegalmente, si vedano ad esempio i casi di Microsoft e Apple.

Lo scheletro di Internet

I cavi sottomarini per Internet e per le comunicazioni trasportano attualmente il 97% del traffico dati globale, collegando tra loro tutti i data center del mondo.

Lungi dall’essere esenti da tensioni geopolitiche, oggi i cavi costituiscono un elemento critico del potere digitale di un territorio, trovandosi addirittura al centro di vere e proprie guerre fredde.

È chiaro anche che l’installazione di cavi in certi territori sarà più interessante rispetto che in altri Paesi. Così, zone geografiche poco servite come l’Africa e il sud-est asiatico sono spesso utilizzate come giustificazione dell’attuazione di pratiche devastanti per economia e territorio, al fine dichiarato di portare migliore connettività e benessere, e a quello non dichiarato di colonizzare gli oceani.

A queste dinamiche si aggiunge anche il recente tentativo di privatizzazione dello scheletro di Internet da parte dei principali colossi digitali (Google, Amazon, Meta e Microsoft). A titolo di esempio ricordiamo il cavo Curie di Google, il primo cavo intercontinentale privato che collega la California al Cile.

Figura 2: Cavo Curie. Immagine da: https://www.submarinecablemap.com/submarine-cable/curie

Questo produce un fenomeno noto come splinternet, che denota il rischio di frammentazione dell’Internet tradizionale conseguente alle dinamiche descritte, in cui le tecnosfere concorrenti si contendono i tubi bagnati che trasportano l’informazione sui fondali oceanici.

Fonte di stress ambientale a vari livelli, i cavi sottomarini sono costruiti utilizzando un lattice naturale, il guttaperca, un materiale isolante che consente loro di resistere alle impegnative condizioni del fondo oceanico. Questo viene estratto dal Palaquium gutta, albero del sud-est asiatico, che a causa della grande richiesta di mercato è gravemente minacciato dalla deforestazione e dalla conseguente estinzione.

I cavi possono avere diversi effetti anche sull’ambiente acquatico dove sono collocati, a partire dal fatto che nel momento dell’installazione (o rimozione) possono portare alla distruzione diretta della flora e della fauna, schiacciando gli organismi. Inoltre, la diminuzione della trasparenza dell’acqua conseguente al loro spostamento influisce direttamente sulle capacità di alimentazione dei pesci che rilevano visivamente le loro prede. Quest’ultimo è tuttavia un effetto localizzato e a breve termine.

Un’ulteriore minaccia è costituita dal rischio chimico. I cavi contengono infatti materiali potenzialmente tossici come rame, piombo e altri metalli pesanti. Inoltre, durante l’installazione, lo smantellamento o la riparazione dei cavi potrebbero essere rilasciati inquinanti sepolti nei sedimenti, come gli idrocarburi.

Anche se rispetto ad altre fonti di rumore antropogenico questa è piuttosto bassa, l’attività delle navi durante l’installazione o la manutenzione genera rumore che può influire sul comportamento di diverse specie ittiche e mammiferi acquatici.

È opportuno menzionare anche la radiazione termica dei cavi sottomarini. Quando viene trasportata energia elettrica, infatti, per effetto Joule viene dispersa una certa quantità di energia sotto forma di calore. Ciò comporta un aumento della temperatura sulla superficie del cavo e un riscaldamento dell’ambiente circostante.

Conclusione

Nell’era del Capitalocene la tecnosfera non ha risparmiato gli angoli più remoti del mondo. Il capitalismo digitale basato sull’estrattivismo materiale distrugge ecosistemi, consuma risorse, colonizza gli oceani e inquina ciò che rimane. È preoccupante il fatto che la comunità tecnologica non solo non dichiari le reali problematiche ambientali sottostanti alla produzione e al mantenimento dei dispositivi e di Internet, ma che anzi le nasconda dietro al velo patinato delle tecnologie cosiddette “verdi”. Verdi, come gli alberi piantati con le ricerche su Ecosia.